
XVII secolo l’Italia fu toccata solo marginalmente dalla guerra dei Trent’anni che imperversava in Europa, ma nel 1630 un’epidemia di peste colpì il Nord della penisola, provocando perdite umane superiori a quelle del conflitto europeo
Baldo Cattaneo Torriano, nel 1631, scriveva “[…] né trovandosi più un soldo da parte alcuna, né sollevamento alcuno, [i valligiani] sono ridotti a tanta miseria et calamità, che è una compassione a vederli, et il loro comune cibo da alcuni mesi in qua, è solo che herbe selvatiche, di modo che si vedono per li prati a modo di greggi le povere donne in ogni loco a cogliere ogni sorta d’herbe, et quali cotte et la maggior parte senz’altro condimento scacciano avidamente l’insopportabil fame”.
Il brano è riportato da Giuseppe Arrigoni nelle Notizie Storiche della Valsassina, e più avanti riprende:“Ma Iddio ancora più penoso voleva rendere il suo castigo. Quindi i grani salirono a prezzi ancor maggiori, quindi avresti veduto madri, fanciulli e vecchi sdraiati per le piazze e per le vie mandar lunghi e fiochi lamenti, quindi altri macilenti con occhi infossati e braccia disseccate vagolar per le case e pei crocicchi delle strade domandando con che prolungare la vita, quindi altri trascinarsi alla pianura e alla città, ma lungo il cammino o giunti in città cader di fame estinti”.
In questa situazione di penuria e malnutrizione, la peste, rimasta a livello endemico per tutto il Cinquecento, trovò terreno favorevole per diffondersi. In Italia la peste fu portata dal nord, dalla Germania dove erano state raccolte le truppe del generale Albrecht von Wallenstein, i Lanzichenecchi.I cinquantamila soldati avventurieri “più che dalle paghe, eran attirati a quel mestiere dalle speranze di saccheggio e da tutti gli allettamenti della licenza”. Wallenstein conduceva le sue truppe in territori fertili, ancora immuni dal passaggio delle guerre, dove i soldati avevano la licenza di saccheggio e requisizione. Le truppe erano state radunate a Lindau, sul lago di Costanza, “luogo ove si riducono tutte le merci, che in Italia vengono da tutta l’Alemagna”.
Il generale von Wallenstein, al servizio dell’imperatore Ferdinando II, non venne però in Italia, ma vi inviò Giovanni conte di Merode, che con le truppe passò da Coira il 29 maggio 1629; “passarono poi nella Valtellina e negli sterilissimi Grigioni ove fame, miseria e istinto del saccheggio li spinsero a sfondare gli usci di molte case chiuse a causa del contagio, divenendone essi stessi prime vittime”. In realtà le truppe non transitarono in Valtellina, ma la Valle dovette comunque rifornire le truppe di fieno per i cavalli e di farina per i soldati, nonché denaro per il conte di Merode.
L’esercito di Lanzichenecchi attraversava le Alpi diretto a Mantova, ducato considerato feudo dell’impero germanico e quindi rivendicato dall’imperatore. Infatti alla morte senza eredi di Vincenzo Gonzaga, il feudo avrebbe dovuto passare al suo parente più vicino.Il re di Spagna, Filippo IV, si era opposto alla nomina di Carlo di Rethel, duca di Nevers naturalizzato francese dal cardinale Richelieu, a governatore, temendo che il controllo sulla ricca città gli fosse sottratto dai francesi, e mosse piuttosto guerra a Mantova con l’aiuto dell’Imperatore tedesco, che inviò i suoi soldati mercenari, i Lanzichenecchi: “vent’otto mila fanti e sette mila cavalli; e scendendo dalla Valtellina per portarsi nel mantovano, dovevan seguire tutto il corso che fa l’Adda per due rami di lago, e poi di nuovo come fiume fino al suo sbocco in Po, e dopo avevan un buon tratto di questo da costeggiare: in tutto otto giornate nel ducato di Milano…”
L’esercito germanico in movimento, per il proprio sostentamento, contava sul saccheggio dei villaggi incontrati lungo il percorso. Solitamente gli eserciti in marcia, di qualunque paese fossero, erano abituati a requisire cibo, animali e persino alloggi presso i locali, creando così notevoli disagi anche ai paesi che non erano direttamente coinvolti nelle operazioni belliche.
Da un registro del Comune di Cremeno, in Valsassina, apprendiamo le quantità esatte di cibo vendute dal Comune ai soldati alemanni di passaggio, ma dubitiamo fortemente che il prezzo indicato sia stato effettivamente pagato: vino, pane, formaggio, carne di manzo, carne di capra, carne di castrato sotto sale, galline, orzo, fieno per i cavalli, e persino legna da ardere, per un totale di 113 lire e 19 soldi.
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